Sound and Vision: viaggio nella musica (Vol. 2)


Sound and Vision: viaggio nel mistero della musica

IntroduzioneAll’inizio degli anni Settanta la musica popolare occidentale attraversa una tensione difficile da ricondurre a un solo linguaggio o a un’unica poetica. È una tensione che ha a che fare con la spiritualità, con la religione organizzata o reinventata, con l’esoterismo, con la magia come gesto simbolico e con l’idea di appartenenza a qualcosa che va oltre il singolo individuo o la semplice forma-canzone. Non si tratta di un movimento coerente né di una scuola riconoscibile, ma di una costellazione di dischi che, pur partendo da tradizioni e contesti diversi, condividono lo stesso bisogno di trasformazione, di attraversamento, di contaminazione.

Dentro questa costellazione si muovono artisti che hanno già conosciuto il successo e che proprio per questo avvertono l’urgenza di cambiare rotta. Bob Marley, Santana, Herbie Hancock, Dr. John, Van Morrison e Bob Dylan non cercano una nuova formula, ma un nuovo statuto per la musica stessa, che smette di essere soltanto espressione individuale o prodotto culturale per diventare spazio simbolico, rito, atto di fede o di dubbio. I loro dischi non nascono per confermare un’identità, ma per metterla in crisi, per forzarla oltre i confini rassicuranti del genere e del mercato.

In Bob Marley questa tensione assume una forma collettiva e dichiarata. Con Uprising e Confrontation la musica diventa veicolo di una spiritualità che è insieme religiosa, politica e comunitaria. Il reggae si trasforma in linguaggio liturgico, capace di unire corpo e trascendenza, storia e profezia. Non c’è separazione tra suono e messaggio, tra danza e appartenenza: ogni brano si configura come un gesto rituale che chiama in causa un “noi” più ampio, una comunità immaginata e reale allo stesso tempo.

Santana e Herbie Hancock, con Caravanserai e Sextant, percorrono una strada diversa ma animata dalla stessa necessità. Entrambi abbandonano la forma-canzone e il successo immediato per inseguire una dimensione più astratta, in cui jazz, rock, funk, elettronica e suggestioni extra-occidentali si fondono in un flusso continuo. Qui la spiritualità non passa attraverso parole esplicite, ma attraverso l’esperienza sonora stessa: la musica diventa trance, viaggio interiore, immersione in un tempo circolare che richiama il rito più che la narrazione.

Dr. John inserisce questa ricerca in un contesto ancora più simbolico e stratificato. In The Sun, Moon & Herbs e In the Right Place la tradizione di New Orleans, il funk, il blues e l’immaginario voodoo si intrecciano in una teatralità che è insieme maschera e rivelazione. La magia non è folklore, ma linguaggio, un modo per affermare un’identità fluida e meticcia, dove il sacro è inseparabile dal corpo, dalla notte, dall’ironia. Anche qui la contaminazione è una necessità vitale, non un esercizio stilistico.

Van Morrison e Bob Dylan spostano questa tensione su un piano più introspettivo e conflittuale. Hard Nose the Highway, Slow Train Coming e Saved raccontano artisti che mettono in gioco la propria voce, la propria credibilità e il proprio pubblico per inseguire una verità interiore. Morrison cerca una fusione mistica tra linguaggio, natura e trascendenza, mentre Dylan affronta la fede come rottura, come gesto radicale che divide, scandalizza e isola. In entrambi i casi, il disco diventa il luogo di una lotta aperta tra esigenza spirituale e forma artistica.

Questo lungo movimento trova una sorta di ricomposizione, consapevole e spiazzante, in L’era del cinghiale bianco di Franco Battiato. Qui la spiritualità e l’esoterismo vengono filtrati attraverso l’ironia, la citazione colta e una sensibilità profondamente europea. Battiato non propone una fede né una visione unitaria, ma un campo magnetico di simboli in cui Oriente e Occidente, avanguardia e pop, ricerca e leggerezza convivono senza annullarsi. È una sintesi che non chiude il discorso, ma lo rilancia su un altro piano.

Il passaggio ai Tears for Fears, infine, segna uno spostamento ulteriore. Con Tears Roll Down (Greatest Hits 82–92) la ricerca del sacro si interiorizza definitivamente, diventando indagine psicologica, esplorazione del trauma, riflessione sull’identità. Le grandi narrazioni collettive lasciano spazio a una spiritualità privata, mediata dal linguaggio del pop e dalla sensibilità degli anni Ottanta, ma ancora profondamente legata a quell’urgenza originaria di dare forma all’invisibile.

In questo percorso, che va dai primi anni Settanta ai primi Novanta, la musica popolare non smette mai di interrogarsi su se stessa. Cambiano i linguaggi, i suoni, le estetiche, ma resta costante il bisogno di contaminare, sperimentare, cercare nuove strade per trasformare il disco in un luogo di senso, di appartenenza e di possibilità.

1. Dr. John

Nel percorso che attraversa i primi anni Settanta, Dr. John occupa una posizione laterale ma decisiva, come se si muovesse sempre di sbieco rispetto ai centri del discorso dominante. The Sun, Moon & Herbs e In the Right Place non sono semplicemente due dischi consecutivi, ma due facce complementari di uno stesso universo simbolico, in cui musica, ritualità e mascheramento coincidono. Dr. John non cerca la trascendenza astratta né la redenzione, ma una forma di spiritualità immanente, notturna, profondamente legata al corpo, alla città e alla memoria collettiva di New Orleans. Il voodoo, più che una fede, diventa un linguaggio, un sistema di segni che permette di tenere insieme funk, blues, soul e teatro, senza mai stabilire una gerarchia chiara.

In The Sun, Moon & Herbs questa dimensione è ancora espansa, quasi dilatata, attraversata da groove lenti e ipnotici che sembrano funzionare come cerimonie sonore più che come brani nel senso tradizionale. In the Right Place, pur più compatto e accessibile, non abbandona questa logica, ma la condensa, rendendo il rituale più immediato, più fisico, senza perderne l’ambiguità. In entrambi i casi, la contaminazione non è un effetto collaterale ma il principio stesso del progetto: ogni elemento musicale sembra provenire da un altrove, storico o immaginario, e trovare senso solo nella loro convivenza instabile.

Dr. John non offre risposte né messaggi edificanti. La sua spiritualità è ambigua, ironica, talvolta persino beffarda, ma proprio per questo profondamente libera. Nei suoi dischi il sacro non è separato dal profano, la magia non è contrapposta alla quotidianità, e l’identità si costruisce attraverso la moltiplicazione delle maschere. È una visione che rifiuta la linearità e che anticipa, in modo sotterraneo, molte delle fratture e delle ibridazioni che attraverseranno l’intero decennio.

2. Van Morrison

Con Hard Nose the Highway, Van Morrison si colloca in una zona di transizione delicata, in cui la ricerca spirituale non assume mai la forma di una dichiarazione esplicita, ma resta inscritta nel modo stesso in cui la musica respira, si espande, si ritrae. Morrison non è interessato alla religione come sistema, né all’esoterismo come simbolo, ma a una tensione mistica che passa attraverso il linguaggio, il paesaggio e la voce. Le canzoni sembrano sempre sul punto di sciogliersi, di diventare altro, come se la forma-canzone fosse solo un contenitore provvisorio per qualcosa di più vasto e indefinibile.

In questo disco, la spiritualità non è mai separata dalla natura e dal corpo. Il fiume, la strada, il vento, la memoria diventano elementi di un lessico personale che non cerca l’elevazione, ma la continuità tra esperienza sensibile e intuizione trascendente. Morrison canta come se stesse cercando una soglia, un punto di passaggio tra ciò che può essere detto e ciò che può solo essere evocato. È una ricerca silenziosa, ostinata, che rifiuta tanto la retorica quanto la conversione spettacolare.

Se messo in relazione con Keep Me Singing, uscito molti decenni dopo, Hard Nose the Highway rivela tutta la sua funzione germinale. Nel disco del 2016, quella stessa tensione spirituale riaffiora in forma più raccolta, spoglia, quasi meditativa. Non c’è più urgenza di dimostrare o di rompere, ma resta intatto il bisogno di cantare come gesto necessario, come atto di fedeltà a una ricerca mai conclusa. In questo arco lungo, Morrison mostra come la spiritualità possa attraversare il tempo senza cristallizzarsi, trasformandosi da slancio giovanile in pratica quotidiana, senza perdere intensità.

3. Santana

Caravanserai segna per Santana un vero e proprio atto di discontinuità, una scelta che ha poco a che fare con l’evoluzione naturale e molto con il rifiuto consapevole di un’identità già codificata. Dopo il successo iniziale, Santana abbandona la forma-canzone e la centralità della chitarra come strumento solistico per immergersi in una dimensione più collettiva, dove il suono diventa flusso, atmosfera, spazio. La spiritualità qui non è enunciata, ma vissuta come esperienza sensoriale, come attraversamento di stati emotivi e percettivi.

In Caravanserai la contaminazione è radicale: jazz, rock, ritmi afro-latini e suggestioni orientali si fondono senza cercare un equilibrio rassicurante. La musica sembra muoversi per cerchi, più che per progressioni, evocando un’idea di tempo ciclico che richiama il rito e la meditazione. Non c’è narrazione lineare, ma una successione di paesaggi sonori che invitano all’ascolto immersivo, quasi contemplativo. È un disco che chiede di essere abitato più che compreso.

Questa svolta non è soltanto estetica, ma profondamente identitaria. Santana rinuncia alla centralità dell’ego per lasciare spazio a una dimensione collettiva, in cui ogni strumento contribuisce a un organismo sonoro più ampio. La spiritualità diventa così una pratica musicale concreta, un modo di stare dentro il suono e di lasciarsi attraversare da esso. Caravanserai non cerca di piacere né di convincere, ma di aprire una possibilità, dimostrando come la musica popolare possa farsi luogo di ricerca interiore senza rinunciare alla propria fisicità.

4. Bob Marley and the Wailers

Con Uprising e Confrontation, Bob Marley porta a compimento un percorso in cui musica, spiritualità e appartenenza diventano indistinguibili. In questi dischi la fede rastafariana non è più solo un riferimento culturale o simbolico, ma la struttura portante del suono, dei testi e dell’immaginario. Marley non canta la spiritualità come esperienza privata, ma come fatto collettivo, storico, incarnato. Il reggae si trasforma in un linguaggio rituale, capace di tenere insieme la dimensione del corpo, del canto corale e della profezia.

Uprising ha il carattere di un bilancio consapevole, attraversato da un senso di urgenza che non si traduce mai in retorica. La musica è essenziale, tesa, spesso ascetica, come se ogni elemento superfluo fosse stato eliminato per lasciare spazio al messaggio. Confrontation, pubblicato dopo la morte di Marley, accentua ulteriormente questa dimensione, assumendo quasi il valore di un testamento spirituale. Qui la lotta, la fede e la visione di un riscatto collettivo diventano immagini archetipiche, sospese tra storia e mito.

In questi dischi, la contaminazione non riguarda tanto i generi musicali, quanto i piani dell’esperienza. La religione si intreccia alla politica, la tradizione africana dialoga con il presente postcoloniale, e la musica popolare assume una funzione che ricorda quella del canto sacro o del sermone. Marley non sperimenta per rompere le forme, ma per renderle permeabili a un contenuto più vasto, che chiama in causa una comunità reale e immaginata allo stesso tempo.

La forza di Uprising e Confrontation sta proprio in questa capacità di trasformare il disco in uno spazio di appartenenza. Ascoltarli significa entrare in un tempo condiviso, in un ritmo che non è solo musicale ma esistenziale. In questo senso, Marley rappresenta uno dei punti più alti e coerenti di quella tensione spirituale che attraversa l’intero periodo, mostrando come la musica possa farsi veicolo di senso senza rinunciare alla propria potenza immediata.

5. Herbie Hancock

Con Sextant, Herbie Hancock compie una delle svolte più radicali e meno concilianti dell’intero panorama jazz e fusion degli anni Settanta. Dopo aver ridefinito il linguaggio del jazz elettrico, Hancock sceglie di spingersi oltre, abbandonando qualsiasi riferimento rassicurante per immergersi in una dimensione sonora apertamente sperimentale. Sextant non è un disco che invita all’ascolto passivo, ma un’esperienza che chiede attenzione, disponibilità, immersione totale.

La spiritualità che attraversa questo lavoro non è religiosa né simbolica, ma cosmica, astratta, quasi scientifica. L’uso dell’elettronica, dei sintetizzatori e delle strutture ritmiche irregolari crea un ambiente sonoro che sembra sospeso fuori dal tempo lineare. La musica non racconta, non accompagna, non consola: esplora. Ogni brano funziona come un campo di forze in cui elementi diversi entrano in tensione, si attraggono e si respingono, generando un senso di movimento continuo.

In Sextant, la contaminazione diventa un principio epistemologico. Jazz, funk, avanguardia elettronica e improvvisazione convivono senza cercare una sintesi definitiva. Hancock sembra interessato non al risultato finale, ma al processo stesso, all’idea che la musica possa essere uno spazio di ricerca aperto, in cui l’ascoltatore è chiamato a partecipare attivamente. È una spiritualità senza dogmi, che si manifesta come curiosità radicale verso l’ignoto.

Questo approccio colloca Hancock in una posizione unica all’interno del nucleo tematico del saggio. Se altri artisti cercano il sacro nella tradizione, nel corpo o nella parola, Hancock lo cerca nella possibilità stessa del suono di andare oltre i propri limiti. Sextant diventa così una sorta di rito laico, un’esperienza di espansione percettiva che trasforma la musica in uno strumento di conoscenza, più che di espressione.

6. Franco Battiato

L’era del cinghiale bianco rappresenta un punto di snodo fondamentale, perché raccoglie molte delle tensioni emerse nel decennio precedente e le riformula in una lingua nuova, ironica e profondamente consapevole. Battiato arriva alla spiritualità non per adesione o conversione, ma per accumulo, per stratificazione di simboli, riferimenti e citazioni che convivono senza mai risolversi in un sistema chiuso. L’esoterismo, l’Oriente, la mistica e la filosofia diventano materiali da rimettere in circolo all’interno della forma-canzone.

La forza di questo disco sta nella sua capacità di tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili. La leggerezza melodica convive con un immaginario colto e stratificato, l’ironia si intreccia alla ricerca autentica, e la contaminazione diventa una scelta stilistica dichiarata. Battiato non chiede all’ascoltatore di credere, ma di attraversare, di accettare l’ambiguità come condizione necessaria della conoscenza.

In questo senso, L’era del cinghiale bianco funziona come una sintesi trasversale delle esperienze di Marley, Santana, Hancock, Dr. John, Morrison e Dylan, ma senza imitarne le forme. Battiato traduce quella tensione spirituale in un linguaggio pop europeo, capace di parlare a un pubblico più ampio senza rinunciare alla complessità. La spiritualità diventa gioco serio, provocazione intellettuale, gesto di libertà.

Il disco segna anche un passaggio generazionale e culturale. Se negli anni Settanta la ricerca del sacro passa spesso attraverso la rottura e la radicalità, con Battiato essa si fa più consapevole, riflessiva, persino elegante. Non c’è più l’urgenza di distruggere le forme, ma il desiderio di abitarle in modo diverso, dimostrando come la contaminazione possa diventare una pratica stabile e non solo una fase di crisi.

Conclusione

Tears Roll Down (Greatest Hits 82–92) appare inizialmente come un osservatorio distante rispetto alla costellazione dei dischi degli anni Settanta, ma in realtà offre una lente straordinaria per rileggere quel periodo. Nei Tears for Fears, la spiritualità e la ricerca di senso si fanno interiori: non più rituale, magia o fede collettiva, ma introspezione psicologica e indagine sull’identità. Il conflitto, la memoria, la paura e la necessità di comprendere le fratture dell’io sostituiscono i simboli esoterici e i rituali sonori degli anni precedenti, ma il bisogno di attraversare l’invisibile resta lo stesso. In questo senso, il disco funziona come soglia, specchio e chiave interpretativa: guardandolo, si possono leggere i gesti dei dischi del decennio precedente con una nuova consapevolezza, riconoscendo la continuità di una tensione profonda, pur nelle differenze di linguaggio.

È da questa prospettiva che il discorso ritorna ai protagonisti del nucleo principale. Dr. John, con The Sun, Moon & Herbs e In the Right Place, aveva trasformato la tradizione di New Orleans in una liturgia ambigua, in cui voodoo, funk e blues diventano strumenti di magia e ritualità sonora. Van Morrison, in Hard Nose the Highway, trasforma il paesaggio, la voce e il tempo in una meditazione spirituale, sospesa tra esperienza sensibile e trascendenza personale. Santana, in Caravanserai, dissolve i confini tra jazz, rock e ritmi afro-latini, creando un flusso sonoro che è esperienza quasi mistica, dove la contaminazione diventa principio vitale. Bob Marley, con Uprising e Confrontation, mostra come fede, appartenenza e musica possano coincidere, trasformando il reggae in linguaggio liturgico e strumento di coesione collettiva. Herbie Hancock, in Sextant, trasporta l’ascoltatore in un universo cosmico e sonoro, dove elettronica, improvvisazione e ritmi irregolari esplorano la possibilità stessa del suono come spazio di conoscenza e trascendenza. Bob Dylan, con Slow Train Coming e Saved, intreccia fede, conflitto interiore e parola, mostrando come la spiritualità possa manifestarsi anche attraverso la tensione e il dubbio. Infine, Franco Battiato, in L’era del cinghiale bianco, rielabora quelle stesse spinte attraverso ironia, stratificazione simbolica e gioco consapevole, trasformando il rito in esperienza intellettuale e musicale.

In tutti questi casi, la musica si fa luogo di attraversamento, contaminazione e trasformazione. La spiritualità assume forme diverse: collettiva o individuale, rituale o intellettuale, mascherata o esplicita, ma rimane costante la necessità di esplorare ciò che sfugge alla forma e alla semplice fruizione. La coesione del periodo non risiede nei generi o nelle scuole, ma in questa urgenza condivisa di creare spazi di senso, di appartenenza e di esperienza, dove il confine tra musica e rituale, tra parola e trascendenza, diventa permeabile.  

La musica diventa veicolo di interrogazione, spazio dove forme e generi si incontrano, si contaminano e si ridefiniscono. L’ascoltatore viene invitato a partecipare attivamente, a percepire il senso più che a riceverlo, a muoversi tra ciò che è visibile e ciò che rimane misterioso. È da qui che nasce la capacità di questi lavori di travalicare il loro tempo, offrendo un esempio duraturo di come arte e spiritualità possano coesistere senza risposte definitive generando esplorazione e appartenenza.

La musica popolare occidentale di quegli anni e di quegli artisti non si limita a intrattenere: indaga, sperimenta, contamina, propone appartenenze e narrazioni alternative, e continua a offrire, anche a distanza di decenni, un modello di come arte e spiritualità possano interagire senza ridursi a formule note o certezze concluse.

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