Sound and Vision, suoni colori e copertine
Dal caleidoscopio psichedelico dei primi anni Settanta alla rarefazione spirituale degli anni Ottanta, un viaggio attraverso dischi e immagini in cui musica e visione costruiscono un linguaggio comune, tra rock, jazz e introspezione.
C’è un tempo in cui musica e immagine non si limitano a convivere, ma costruiscono insieme un linguaggio condiviso, fatto di rimandi, corrispondenze e risonanze interiori. Le copertine non sono semplici involucri ma superfici sensibili, capaci di suggerire suoni, atmosfere e traiettorie emotive prima ancora dell’ascolto. Guardare un vinile significava già entrare in un clima sonoro, e ascoltarlo voleva dire completare un’immagine, secondo la stessa logica che David Bowie avrebbe sintetizzato col brano "Sound and Vision".
Questa concezione richiama l’intuizione di Wassily Kandinskij, secondo cui colori, forme e suoni condividono la capacità di vibrare nell’interiorità dell’ascoltatore. Senza mai diventare un riferimento dichiarato, questa idea sinestetica attraversa molte delle musiche e delle copertine di questo periodo, come principio attivo che lega esperienze artistiche diverse.
All’inizio del percorso, Abraxas dei Santana (1970) esplode come manifesto musicale: latin rock, fusion, blues e psichedelia si intrecciano in chitarre distorte, percussioni afro-latine e riff memorabili, tra cui Oye Como Va e Black Magic Woman. La copertina di Mati Klarwein anticipa la musica, moltiplicandone l’energia con figure sacre e profane, corpi intrecciati, simboli sincretici e colori saturi, costruendo uno spazio visivo che vibra come il suono.
Nello stesso anno, Stage Fright dei The Band propone un movimento opposto: folk-rock e armonie corali creano atmosfere intime e narrative, dove testi su viaggi, relazioni e comunità trovano riscontro nella fotografia di Bob Cato e Norman Seeff, che colloca i musicisti in una luce sospesa e raccolta.
The Sun, Moon & Herbs di Dr. John (1971) fonde funk, soul e psichedelia urbana con groove ricchi di fiati e percussioni, mentre la copertina di John Millerburg e Gary Burgess costruisce un ambiente simbolico di voodoo e stratificazione culturale, amplificando la densità sonora dei brani.
Con Caravanserai (1972, Santana), il gruppo si avvicina alla fusion jazz: brani lunghi e improvvisativi privilegiano il dialogo tra chitarra, piano e percussioni, e la copertina di Joan Chase riflette la nuova direzione musicale con un’immagine più notturna e contemplativa. Segue Borboletta (1974), dove rock, jazz-funk e world music si intrecciano in paesaggi sonori meditativi. La copertina di Barry Imhoff ed Ed Lee raffigura una farfalla sui toni blu, simbolo di leggerezza e trasformazione sonora. Il 1973 segna una biforcazione significativa grazie a Robert Springett: Hard Nose the Highway di Van Morrison combina folk, soul e orchestrazioni delicate; le geometrie fluide e i toni profondi di blu e verde riflettono visivamente l’introspezione musicale.
In parallelo, Sextant di Herbie Hancock anticipa il jazz elettronico e sperimentale, con sintetizzatori, ritmi complessi e arrangiamenti aperti; la copertina di Springett costruisce un paesaggio futuribile in sintonia con la ricerca timbrica di Hancock. Il dialogo Hancock–Miles Davis si collega a Miles in the Sky (1968), dove Davis esplora nuove armonie e timbri, fondendo jazz acustico e rock, avviando una ricerca di radici culturali e sinestesia sonora. Negli anni successivi, il rock attraversa fasi di teatralità ed essenzialità: Bat Out of Hell (1977, Meat Loaf) è rock operistico con orchestrazioni grandiose, mentre la copertina di Richard Corben riflette l’eccesso e la spettacolarità della musica. Communiqué (1979, Dire Straits) privilegia rock essenziale e chitarre nitide, con la sobrietà dell’illustrazione di Geoff Halpin in sintonia con il suono asciutto. On Every Street (1991, Dire Straits) rappresenta la maturità del gruppo: rock britannico, country, folk e blues si alternano in brani energici e atmosfere riflessive, coesione e varietà stilistica.Il punto di arrivo del percorso lirico-spirituale è Inarticulate Speech of the Heart (1983, Van Morrison), con testi frammentari, melodie che emergono e si ritirano, arrangiamenti che privilegiano silenzi e respiro. La copertina di Craig Frazier e la fotografia di Rudi Legname diventano quasi trasparenti, armonizzandosi con l’introspezione musicale e creando uno spazio di ascolto interiore.
Sul versante jazz, la traiettoria di Hancock trova la sua massima sintesi in Aura (1985, Miles Davis / Palle Mikkelborg): dieci movimenti, dieci colori e dieci note corrispondenti alle lettere “MILES DAVIS”, dove sinestesia, armonia e struttura compositiva convergono. Aura chiude idealmente il percorso iniziato negli anni Settanta, dialogando con Sextant come Inarticulate Speech of the Heart dialoga con Hard Nose the Highway: due traiettorie parallele, jazzistica e lirico-spirituale, entrambe orientate alla musica come vibrazione interiore.
Dall’eccesso cromatico di Abraxas alla rarefazione contemplativa di Morrison, dalla ricerca futuribile di Hancock alla formalizzazione cromatica di Davis, suono e immagine si sostengono a distanza, confermando l’intuizione di Kandinskij: non un’arte che descrive, ma un’arte che risuona, dove l’immagine accompagna il suono come un’ombra fedele, silenziosa e necessaria.
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